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This work by Giacomo Bonan is licensed under Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 4.0 International
In età moderna, il commercio del legname tra la pianura padano-veneta e i territori alpini limitrofi era gestito da casate di mercanti in grado di controllare l’intero ciclo produttivo, spesso di provenienza alpina o che si trasferirono in montagna, nelle aree considerate nevralgiche per le loro attività. Diversi studi hanno analizzato queste figure nella fase di antico regime, approfondendone le strategie imprenditoriali e sottolineando la loro funzione di intermediari tra il mondo alpino e i centri urbani di pianura, con un focus privilegiato sugli operatori attivi nell’area che aveva come terminale commerciale l’emporio di Venezia. Molto meno studiata è la fase successiva e in particolare i decenni a cavallo tra Otto e Novecento, in cui il commercio del legname subì delle profonde trasformazioni connesse al processo di industrializzazione. In base ad alcuni sondaggi preliminari è possible osservare in questi gruppi sia il perdurare di alcuni modelli imprenditoriali che avevano caratterizzato il commercio preindustriale, a partire proprio dall’organizzazione familiare delle ditte, sia i mutamenti determinati dal mercato capaci di influire sulle relazioni parentali. All’intrinseca importanza delle relazioni parentali orizzontali interne (fra fratelli) ed esterne (fra cognati) in questi gruppi, si univa la necessità di mantenere salde relazioni verticali (fra padri/ madri e figli; fra suoceri/ suocere e generi) per un tempo congruo a quello, almeno trentennale, degli investimenti sui boschi. I repentini cambiamenti del mercato, determinarono un ridimensionamento di questi legami, rendendoli meno saldi.